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Di Alessandro Mari

6 minuti

Il primo passo le è venuto così, leggero ma deciso, mentre superava la soglia del palazzo: le porte si sono aperte con un ronzio lieve ed elettrico, la videocamera di sicurezza ha registrato l’uscita, altoparlanti che non si vedono l’hanno salutata
Arrivederci a presto.

Lei ha risposto con un cenno di cortesia abituale prima di mettere in fila gli altri passi, rispettando però il percorso indicato dalle tenui bande luminose sul marciapiede, come chiunque vada per questa stradina del centro – superfici tirate a lucido da strumenti automatizzati che non temono intemperie, piante che precipitano come cascate interrotte, grandi pannelli e fogli di vetro che offrono, chiamano, raccontano. Nulla di paragonabile ai cartelloni e alle vetrine di decenni fa, agli schermi della pubblicità. Per ogni paio d’occhi catturato, quei fogli e quei pannelli di vetro reagiscono parlando solo e soltanto con te, proprio come i visori, i device, i minuscoli auricolari con cui tutti sono equipaggiati. 

Ciascuna delle persone che procedono nel flusso ordinato sul marciapiede è un singolo punto connesso a un altro, ad altri, ma si tratta sempre di punti che non si trovano qui.

Invece lei, al momento, è solamente qui. Presente.

Anche se nessuno se n’è accorto, oggi lei non ha auricolari né device nel palmo, non indossa il visore. E avanzando nel flusso ordinato sul marciapiede, che occupa quasi interamente la stradina lasciando appena lo spazio per la corsia di servizio, tiene lo sguardo sulla punta delle scarpe, quasi a nascondere gli occhi per non farsi catturare, distrarre.

Ora che la stradina finalmente incrocia un viale assai più grande è costretta a fermarsi. Non per attraversare, il traffico vola a tre metri da terra seguendo binari invisibili, ancora più in alto ci sono droni che mandano avanti commerci e soddisfano necessità, ma al centro del viale ci sono le corsie di tapis roulant su cui si deve montare aspettando il proprio turno, e ci sono i taxi che atterrano e riprendono il volo. Nessuno pare infastidito dall’attesa. I device e i pannelli di vetro sono ciò che serve per dare un senso al tempo, per muoversi in dimensioni virtuali, per sperimentare un altrove senza correre rischi: paesaggi naturali mozzafiato, mondi sottomarini, luoghi segreti, persino altri pianeti...
Eppure lei è ancora qui, solo qui, ed è qui che decide di fare il secondo passo. Ovviamente dopo il primo, quando è uscita dal palazzo, ne ha già fatti molti altri, ma non sono stati una scelta. Ora sceglie. Guardandosi attorno, furtiva e felice, abbandona la linea azzurra su cui dovrebbe sostare malgrado sappia che le videocamere la noteranno subito ricordandole dove dovrebbe stare – lo stanno già facendo, mandano segnali da pannelli di vetro, allarmi sul device e negli auricolari. Ma oggi lei non ha con sé nulla, non dà retta ai segnali. Con il secondo passo, leggero ma deciso, si allontana mentre i segnali si moltiplicano, mentre strani oggetti tecnologici a forma di grandi fagioli sospesi a mezz’aria fanno per avvicinarsi, mentre qualcuno s’indispettisce vedendola turbare la tranquillità del viale.
Eppure lei insiste. Accelera. Sa di potercela fare, l’ha già fatto.

Come un pesce che risale la corrente, ondeggia fra la gente per distanziare i grandi fagioli, e così raggiunge lo stretto cunicolo tra due edifici. Un tempo era un passaggio pedonale, ora è una via di servizio per i mezzi della nettezza urbana. Qui tutto tace, non ci sono grandi fagioli né luci, non c’è il bianco che domina la città. Qui c’è penombra, tutto tace, e lei tira dritto finché, una trentina di metri più avanti, riconosce una voce.

“Era ora.”

C’è un minuscolo slargo, come una piazza in miniatura, chiusa da un pannello di vetro che in passato doveva trasmettere qualcosa ma ora non più. E lì di fronte c’è una donna che avrà grossomodo la sua età, anche lei priva di auricolari, visore, device. Devono essersi date un appuntamento, devono aver coltivato la speranza che l’altra si presentasse.

“Avevo proprio voglia di vederti,” dice la donna abbracciandola subito, e di slancio, e non appena i due corpi entrano in contatto, entrambe sorridono. Poi danno un’occhiata al pannello di vetro ormai in disuso, lo guardano a lungo, quasi fosse una porta che attende una parola d’ordine.

“Che dici, entriamo?”
“Sì.”

Lo fanno insieme, il terzo passo, quello dopo cui non si torna indietro. Scivolano all’interno, emozionate eppure calme, senza fretta, perché sono loro ciò che importa. Non ciò che troveranno di là. Ma di là, certo, qualcosa lo trovano: vecchi portici dall’aria ottocentesca illuminati da lampade a olio e gas, e saloni scintillanti dove si fa festa, dove si balla, e poi tavolini affacciati sulla strada dove si ride, e gradini dove ci si confessa, e terrazze da dove si vede il mare, tutto qui, come se gli ultimi due secoli si concentrassero in un unico spazio caldo di colori. Gli altri che sono venuti stasera parlano lingue diverse, indossano vestiti che raccontano epoche diverse, eppure quando si abbracciano o si sfiorano non sembrano affatto sorpresi che una cosa del genere possa accadere. Che un posto così esista, vivo e tutt’altro che virtuale. Ma perché dovrebbero essere sorpresi? Questa è gente che esiste, presente in carne e ossa, e sarà questo il segreto per arrivarci, qui: esistere con la voglia di esserci, sinceramente, insieme. 

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Contatto, qui.

Un racconto di Alessandro Mari per Oroboro.

Progetto interamente realizzato in Generative AI

Diretto da: 
Assiolo G. Scolaro
Pietro Verri

Prodotto da:
Base Luna Creative Exploration Lab by Ribelli 

Alessandro Mari

Alessandro Mari

Narratore, performer, traduttore, consulente editoriale. Premio Viareggio-Rèpaci 2011 con "Troppa umana speranza". Maestro alla scuola Holden e direttore creativo di Holden Studios.