Non sono partito dal laboratorio. Sono partito dal banco. Per anni ho lavorato su twist on classic, variazioni tecniche, equilibri già scritti. Un lavoro necessario, formativo, che ti insegna disciplina e misura. Poi, a un certo punto, mi sono trovato davanti a ingredienti che non conoscevo o che non potevo trattare allo stesso modo. Non bastava inserirli in un drink corretto. Non bastava farli funzionare. Dovevo capire cosa volevo davvero portare nel bicchiere. Il passaggio al laboratorio non è stato un salto tecnologico. È stato un atto di rispetto. Mi sono accorto che stavo utilizzando materie prime importanti con metodi che non ne restituivano l’identità. È stato in quel momento che ho capito che non stavo più cercando una ricetta migliore, ma un modo più onesto di lavorare l’ingrediente. Ho smesso di partire dalla struttura del cocktail e ho iniziato a partire dalla materia prima.
La domanda è diventata essenziale: “Cosa voglio estrarre? Come voglio che si comporti nel bicchiere? Che esperienza deve vivere l’ospite?” Quando inizi a porti queste domande, capisci che il problema non è più la ricetta, ma il mezzo con cui stai lavorando l’ingrediente. Da qui nasce il mio modo di ragionare in termini di base solvente. Per base solvente, intendo il mezzo che scelgo per trasformare un ingrediente in liquido: acqua, alcol, una soluzione zuccherina, una componente grassa. Ogni scelta è selettiva. L’acqua valorizza la freschezza e la verticalità vegetale; l’alcol ne sostiene la struttura; lo zucchero ne modula la percezione, accompagnando il profilo verso maggiore equilibrio e profondità. Una componente grassa consente di catturare aromaticità che, in una base acquosa, risulterebbe troppo diretta. Non è la tecnica a rendere interessante un drink. È la precisione con cui riesci a tradurre un sapore.
Uno degli esempi più chiari di questo approccio è il lavoro sulla menta andina huacatay. Parto da un’infusione in acqua a 70° C, mai oltre. Non voglio estrarre tutto, ma preservare la parte verde, anisata e leggermente balsamica senza trascinare amarezza. L’acqua è il mezzo più coerente per isolare quella freschezza, per restituire un profilo pulito e leggibile. Successivamente introduco un secondo livello: limone lavorato in padella con burro, zucchero muscovado e Dry Curaçao Pierre Ferrand. Qui il solvente cambia. Il burro intercetta la componente lipofila degli oli essenziali della scorza, il muscovado aggiunge profondità e note tostate, il Curaçao integra una struttura alcolica agrumata più definita. L’equilibrio nasce dall’interazione tra polarità diverse, non dall’accumulo.
Completo con mela chiarificata e rum Longueteau. La mela serve ad allungare, pulire e dare tensione. Il rum, con una gradazione importante, mi permette di mantenere carattere anche durante il lavaggio in latte, una tecnica che tende naturalmente ad alleggerire la struttura alcolica. La chiarificazione non è un gesto estetico: è controllo. La caseina lega particelle e parte delle componenti più aggressive, restituendo un liquido limpido con un’acidità morbida, quasi lattica. L’obiettivo è definizione, non effetto. Ci sono drink che crescono con me, in continua evoluzione da quasi dieci anni. L’Oyster Martini è uno di questi. All’inizio sono partito da un’infusione di gin e foglie di ostrica. Il risultato era interessante, ma troppo vegetale. Richiamava il mare, senza restituirne davvero la profondità. Con il tempo ho capito che dovevo lavorare sulla materia prima in modo diverso, con più rispetto e più controllo. Oggi utilizzo ostriche cotte a temperatura calibrata in soluzione salina per ottenere un’acqua pulita e stabile. La unisco al gin Martin Miller aromatizzato con alghe e sottopongo il tutto a distillazione sottovuoto per isolare la parte aromatica più fine. Non cerco intensità salina. Cerco mineralità precisa, leggibile, elegante. Da lì, ho capito che non stavo impostando un metodo che potevo applicare ogni volta che volevo essere fedele a un sapore.
Lo stesso principio guida l’Azotea Spicy Liquor. Non è un drink, ma un ingrediente: un liquore che utilizzo in diversi cocktail come base aromatica. Invece di macerare i peperoncini direttamente in distillato, ho trasformato la base in liquore — distillato, acqua e zucchero — prima dell’estrazione. La gradazione più contenuta rende il processo più controllato; lo zucchero modula la percezione del piccante e valorizza le sfumature fruttate dei peperoncini corno marocchini. Per la spinta alcolica la scelta è caduta su Cachaça Pitù che aggiunge una componente vegetale coerente, senza sovrastare. Alcuni ingredienti diventano strumenti di lavoro. Altri drink, invece, diventano un percorso.
In ogni fase la scelta del distillato è decisiva. E’ ciò che valorizza il lavoro fatto sulle basi solventi. Se l’estrazione è costruita con precisione ma la base alcolica non è coerente, l’equilibrio si rompe. Cerco distillati capaci di sostenere senza eccedere, di integrarsi senza cancellare. La base alcolica deve accompagnare l’estrazione, non competere con essa. Il laboratorio è disciplina: controllo dei parametri, ripetibilità, coerenza. Ma è soprattutto un processo in evoluzione. Ogni volta che penso di aver raggiunto il punto giusto, capisco che posso essere ancora più preciso. Il solvente è la grammatica. L’ingrediente è il vocabolario. Il drink è la frase finale, ma il motore resta l’insoddisfazione. E una frase può sempre essere scritta meglio.