Vita da ranch

Vita da ranch

Di La McMusa

Illustrazione di Ilaria Urbinati

4 minuti

Cos’è un ranch? Prima di metterci piede non avevo le idee chiarissime. Portavo con me alcune immagini di libri e film, ma nessuna di queste aveva dei confini netti: era soltanto una casa oppure aveva una funzione di tipo lavorativo? Era simile a un nostro agriturismo o serviva soltanto per far pascolare le mandrie? Quanto era grande e qual era, se c’era, quello tipico?

Oggi la rappresentazione più vivida e contemporanea della vita da ranch arriva da una serie tv di enorme successo intitolata Yellowstone.
Ambientata in Montana, racconta la spietata lotta della famiglia Dutton - capitanata da uno strepitoso Kevin Costner - per proteggere e difendere il proprio ranch da un certo tipo di progresso, da ciò che resta delle vecchie tribù di Nativi americani, da tradimenti e batteri, da eventi climatici fuori controllo, ambientalisti e attentati. Se molte delle puntate e dei nodi della trama risultano parecchio avvincenti ma totalmente sopra le righe (anche se li mettiamo in mezzo alle storie western più crude della tradizione), ci sono alcuni episodi dell’ultima stagione che mi hanno fatto dire: finalmente una rappresentazione completa, veritiera e fedele di quello che succede in un ranch americano! Con tutte le cose violente e romantiche che lo caratterizzano e che non possono vivere l’una senza l’altra. 

I ranch, per prima cosa, sono la quintessenza della relazione primordiale che gli Americani intrattengono con la natura selvaggia (la cosiddetta wilderness) dal tempo della conquista del West. Trattandosi di terre immense da dover gestire e “civilizzare”, i terreni che ancora oggi fanno parte dei ranch possono estendersi per decine di chilometri e coprire enormi porzioni di una contea. Tanto in Wyoming quanto in Texas, tanto in Nebraska quanto in Oregon. Al loro interno la vita procede secondo rigide divisioni dei compiti, la maggior parte dei quali ricadono sui cowboys, che si occupano di portare al pascolo le vacche, marchiare i vitelli, aggiustare le recinzioni, tenere lontani i predatori, recuperare al lazo qualche animale ribelle, controllare il corso dei torrenti e la salute degli alberi. I loro capi prendono le decisioni e, soprattutto, gestiscono la compravendita del bestiame, la fonte primaria di salute economica dei ranch. wranglers, invece, si occupano dei cavalli e spesso sono le persone che interagiscono con il pubblico: sì, perché oggi i ranch rappresentano il nucleo dell’economia agricola e d’allevamento degli Stati Uniti, ma non escludono anche l’aspetto turistico e d’intrattenimento.


                 La McMusa ha già scritto di cowboys per Around the Blog: leggi "Vecchi saloni e nuovi cowboy"!


È proprio grazie a questo che ho avuto la possibilità di frequentarli e di prendere parte a quella vita western un po’ antica e un po’ mitologica di cui per molto tempo mi erano sfuggiti i confini e che poi però, una volta conosciuta, non ha più smesso di esercitare su di me un enorme fascino

Nei ranch, infatti, si vive una vita di cui tutti abbiamo una certa nostalgia e il tempo è senza tempo: ci si sveglia con il sole, con il sole si va a dormire. La natura scandisce le ore, i nitriti dei cavalli le passeggiate sulle colline. Collezioni di libri western riempiono gli scaffali intorno a un camino sempre acceso, un juke-box è nascosto da qualche parte e trasmette canzoni che sembrano tutte uguali e tutte struggenti, il bar apre alle 8 di sera e fino a mezzanotte - non più tardi - serve whisky e bourbon ai cowboys, agli wranglers, alle loro ragazze e ai turisti che a quel punto hanno smesso di essere degli stranieri gli uni per gli altri e assaporano insieme all’alcol un piacevole senso di familiarità, fuori le stelle e gli animali si accordano all’aspetto del cielo e c’è sempre qualche armadillo o qualche cervo che si rifiuta di dormire. Praticamente mai, in tutto questo, c’è l’interferenza di un cellulare o l’invadenza di un computer, un’intrusione di modernità. 

La pace che aleggia e che caratterizza la vita dei turisti nei ranch tra passeggiate a cavallo, lezioni di line dance e di roping, pasti serviti in abbondanza e marshmallows intorno al fuoco, anche se sembra irreale e di fatto un po’ lo è, ha un corrispettivo anche con la vita di chi qui vive e lavora, in particolare con il legame fortissimo e protettivo che in questi posti tiene insieme l’uomo, gli animali e gli elementi. Un legame che, tuttavia, non può non coesistere - ed è questo l’aspetto interessante di queste realtà così lontane da noi - anche con una certa violenza di fondo: nei ranch, nei veri ranch, la vita è dura, il lavoro è faticoso, la natura non è affatto bucolica ma è spesso soverchiante, la protezione del bestiame ha come ultima finalità l’abbattimento, quel whisky la sera può diventare l’unico rimedio alla solitudine e la difesa del territorio diventa una cosa seria, una cosa reale. Non tanto dei nemici che si vedono in Yellowstone, ma sicuramente dal cambiamento climatico, dall’industrializzazione dell’allevamento, dalla sfrenata urbanizzazione che sta cambiando molte zone degli Stati Uniti. Pericoli - questi sì - piuttosto moderni.

Probabilmente, allora, questa convivenza tra dolcezza e asperità, tra pace e violenza, questa convivenza di opposti che dura da sempre è la cosa più tipica della vita in un ranch e continuerà a esistere a lungo. E a portare avanti una lunga tradizione che, attraverso storie nuove e nuovi elementi, farà il giro e diventerà modernità.

La McMusa

La McMusa

La McMusa, alias di Marta Ciccolari Micaldi, porta l'America dei libri in Italia e gli italiani in America. Ha da poco pubblicato per Rizzoli Edizioni il memoir "Sparire qui".

Ilaria Urbinati

Nata a Torino dove ha studiato Illustrazione allo IED, vive ora a Bologna. Freelance da dieci anni, ha all’attivo importanti collaborazioni nel mondo dell’editoria italiana e straniera. Realizza volumi per bambini, con incursioni nel mondo della graphic novel, dei quotidiani e della pubblicità.